La promessa

Poiché ogni opera consta dell’unione di elementi in cui sono valide le leggi immanenti, anche il più modesto pezzo musicale dovrebbe in fondo, grazie a quelle energie, serbare una traccia della nobiltà insita nella musica. Già spesso mi sono domandato se non sia appunto così, e se forse non derivi proprio dal gusto contrastante conferito da quella goccia celeste anche alla più triviale miscela, la sua deplorevole forza d’attrazione. Mentre le leggi elementari della lingua da noi chiamate grammatica sono di genere razionale, in quelle del linguaggio musicale riconosco una qualità emotiva. L’aspirazione a passare dal movimento inquieto e dal conflitto alla pace tranquilla, comprende in sé il valore ottimistico di una promessa, giacché dopo fugaci soddisfazioni nella consonanza e dopo rinnovati conflitti si raggiunge sempre, alla fine, una consonanza ultima. Da ciò si può forse spiegare perché anche il più cupo movimento musicale non ci lascia disperati. Attraverso il no di una musica tragica noi percepiamo il consolatore dell’elemento in cui esso si esprime, e troviamo confermato nella musica quello che si rivelò allo sguardo di Nietzsche nel mondo notturno: “Il piacere è più profondo del dolore.” Nella magistrale novella di Grillparzer, Il povero musicante, leggiamo come egli ascoltava quest’umilissimo adoratore della musica nei suoi rapiti e solitari esercizi sul violino; è sempre una nota per volta che egli suona insistendo a goderla con un intenso movimento dell’arco, gustando mediante un semplicissimo prodursi di singole note un’evidente felicità. Come non ammettere, insieme al povero musicante, che una nota sola, in una data altezza – in contrasto con l’imprecisa altezza della parola detta – basta a toccare il nostro sentimento? Persino un suono singolo, questo modestissimo messaggero della sfera sublime della musica, contiene dunque un poco di quella qualità emotiva che troviamo nei suoi elementi e che si fa incontro a noi, dalle grandiose opere dei compositori, come rivelazione spirituale, sconvolgendo i nostri cuori.                                             

Bruno Walter, Musica e interpretazione, Ricordi, 1958.

Una Risposta a “La promessa”

  1. Le neuroscienze (sì, proprio quelle che si studiano qui a Rovereto) stanno scrivendo grandi pagine sull’estetica, al punto da indurre gli scienziati a parlare di “neuroestetica”.
    Scrive Anna Li Vigni:
    “V’è ancora una forte resistenza all’idea che un evento spirituale come l’arte sia da ricondursi a matrici biologiche (…) Recenti applicazioni di tecnologie avanzate di brain imaging (ad esempio, la risonanza magnetica funzionale o la PET) hanno permesso di visualizzare quali zone del nostro cervello si attivano durante la fruizione o la creazione di un’opera d’arte”.
    La neuroestetica ci racconta come reagisce il cervello di fronte ad un opera d’arte e di fronte al bello. Spostando l’attenzione dalla musica alle arti visive, segnalo un sorprendente libro di Paola Bressan intitolato “Il colore della luna. Come vediamo e perchè” (Laterza, 2007) che parla del rapporto tra neuroscienze e psicologia della percezione visiva. Nel libro si trovano risposte a domane quali: perchè vediamo la luna bianca mentre è grigia? perchè gli uomini sono affascinati dall’immagine di una donna con le pupille più dilatate rispetto a una dalle pupille piccole? perchè per il dongiovanni avviene il contrario? Si è ipotizzato che il dongiovanni abbia una visione binoculare, come i predatori – come il cane che è un ex predatore – e non è interessato alle pupille dilatate, che esprimono interesse verso di lui, perchè non cerca legami stabili.
    Le neuroscienze hanno dimostrato sperimentalmente come le emozioni, i sentimenti e le reazioni si formano attraverso specifiche attività cerebrali. Lo sviluppo delle neuroscienze non implica tuttavia riduzionismo, bensì rilancia la riflessione sulla mente e sulla coscienza come strumenti di consapevolezza del proprio essere.
    Come dice il filosofo Renato Lavarini, se queste ricerche si svilupperanno, producendo risultati eclatanti come quelli finora ottenuti, pare interessante notare come la biologizzazione della psicologia finisca per andare a negare funzione e validità alle psicoterapie; riportando in luce di fatto la funzione della filosofia (filosofia morale, etica, pratiche filosofiche). Queste ultime avranno sempre più spazio per intervenire sulla coscienza, in quanto consapevolezza della condizione di esistente.
    Un evviva al ritorno trionfale della filosofia.

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