Spunti di riflessione
opera di Mimmo Paladino
A Pitagora si attribuisce l’affermazione della relazione tra la musica e l’animo umano, concetto ripreso e sviluppato da tutta la filosofia greca dei secoli seguenti e che assunse i caratteri della dottrina dell’ethos. Essa indicò le relazioni esistenti tra alcuni aspetti del linguaggio musicale e determinati stati d’animo. Le differenti potenzialità emotive della musica riguardavano principalmente le armonie, cioè le melodie, ma potevano anche riferirsi ai ritmi e agli strumenti. Ogni tipo di musica imita un certo carattere; questa imitazione avviene in vari modi: per esempio, il modo dorico veniva considerato capace di produrre un ethos positivo e pacato, mentre il modo frigio era legato ad un ethos soggettivo e passionale. Ogni modo doveva produrre un ben determinato effetto sull’animo, positivo o negativo che fosse; inoltre ogni modo non imiterebbe soltanto uno stato d’animo, ma anche i costumi del paese da cui trae origine ed anche il tipo di regime politico, democratico, oligarchico o tirannico. L’insieme delle dottrine, anche diverse, presenti nella scuola pitagorica trovano una loro sistemazione ed una certa coerenza nella filosofia di Platone.
Platone raccoglie una precisa eredità di pensiero che consiste nel ritenere che il cosmo sia organizzato da rapporti numerici che sono essi stessi armonia musicale, la cosiddetta armonia delle sfere (armonia pitagorica). Nella Repubblica, la posizione di Platone, nei confronti della musica, è estremamente complessa: da un lato c’è una condanna filosofica dell’arte in generale, perché tutta l’arte è imitazione della realtà e la realtà, a sua volta, è il riflesso del mondo delle idee. L’arte, quindi, essendo imitazione di un’imitazione, è lontana di due gradi dalla verità; dall’altro c’è l’armonia delle sfere, quella di origine pitagorica, che è riflesso della perfezione del cosmo, ma che non è udibile dall’uomo. Dunque, la musica in quanto fonte di piacere, sotto il profilo pratico, è oggetto di condanna o, più raramente, può essere accettata, ma con cautela e con molte riserve. Va aggiunto che la musica può anche essere una scienza e, in quanto tale, oggetto non più dei sensi ma della ragione. La musica, allora, può avvicinarsi alla filosofia sino ad identificarsi con essa, come la più alta forma di sapienza (sophia). Si ritrova in molti dialoghi di Platone l’identificazione del comporre musica con il filosofare. Ad esempio, nel mito delle cicale nel Fedro appare chiara la posizione privilegiata della musica rispetto alle altre Muse, privilegio che la rende simile alla filosofia, nel senso che filosofare significare “rendere onore alla musica”. In questo mito la musica appare come un dono divino di cui l’uomo può appropriarsi, ma solo ad un certo livello, cioè quando raggiunge la sophia. Nell’educazione, Platone proponeva la ginnastica (= la pratica sportiva, ma anche danza) e la musica, nel significato di canto e di suono della lira, per l’anima. Platone si trovava di fronte alle profonde innovazioni presentate dalla pratica musicale del suo tempo, innovazioni che nel loro insieme rappresentavano la rivoluzione musicale del V secolo. Di fronte ad essa il filosofo manifesta la sua più profonda avversione e ostilità, ancorandosi alla più antica e salda tradizione musicale e poetica. Questa posizione conservatrice non ha origine solamente in un suo atteggiamento negativo di fronte ai musicisti e alla muova musica del suo tempo, ma trova una spiegazione anche nella sua filosofia della musica.
Aristotele, invece, ebbe una visione più aperta. Diede una giustificazione antropologica dell’arte, disciplina essenziale all’uomo, che la giustifica, anche se negativa. Aristotele riprende il concetto pitagorico di catarsi, ma lo modifica, osservando che il meccanismo della purificazione avviene attraverso una liberazione delle passioni che vengono imitate dal musicista: perciò non vi sono armonie o musiche dannose in assoluto dal punto di vista etico; la musica è una medicina per l’animo proprio in quanto può imitare tutte le passioni o emozioni che ci tormentano e di cui siamo affetti e dalle quali vogliamo purificarci; tale liberazione avviene proprio potendo osservare la loro imitazione attraverso l’arte. Aristotele sottolinea come Platone confonda la realtà con l’imitazione della realtà. Egli afferma: Platone confonde colui che zoppica come colui che imita uno zoppo. Queste sono due cose diverse, perché l’imitazione della realtà che avviene nell’arte non è la realtà in se, ma ha una funzione catartica perché, dopo aver provocato nello spettatore una immedesimazione di sentimenti, alla fine, lo libera da questi stessi sentimenti, quindi produce una sorta di liberazione omeopatica (omeopatica, in quanto omeopatica rafforza un sintomo per poi scaricarlo). La musica ha come fine il piacere e come tale rappresenta un ozio cioè qualcosa che si oppone al lavoro e all’attività. In quanto occupazione per i momenti di ozio, la musica veniva considerata da Aristotele come una disciplina “nobile e liberale”. L’arte e la musica è imitazione e suscita sentimenti, perciò è educativa in quanto l’artista può scegliere più opportunamente la verità da imitare ed influire così sull’animo umano.
Tutto il mondo occidentale sarà attraversato da due opposte concezioni dell’arte: come espressione di contenuti morali; come rappresentazione della realtà nella sua interezza e complessità, quindi anche nei suoi aspetti peggiori e immorali, nella misura in cui questa rappresentazione sia comunque liberatoria.
http://it.wikipedia.org/wiki/Musica_dell%27antica_Grecia
